ATS – La rivincita mancata

Tra i piccoli costruttori di auto sportive che fiorirono a cavallo degli anni ‘50 e ‘60, non possiamo non menzionare la ATS – Automobili Turismo Sport, fondata nel 1962, per volere di tre imprenditori, Giovanni Volpi Conte di Misurata, già proprietario della Scuderia Serenissima Repubblica di Venezia, Giorgio Billi e Jaime Patino Ortiz. La nascita di questo nuovo costruttore, che aveva sede a Bologna, in via Altabella 17, e stabilimento produttivo a Sasso Marconi, destò fin da subito notevole entusiasmo, anche per via del Team di progettisti che completavano la squadra, ovvero Carlo Chiti e  Giotto Bizzarrini, a cui si aggiungeva Romolo Tavoni, alla direzione sportiva. Tutti e tre erano accomunati dalla medesima sorte, in quanto licenziati dalla Ferrari, pertanto la possibilità di lavorare per una nuova azienda, il cui obiettivo era quello di creare auto in grado di competere alla pari con il Cavallino, fu per loro un’opportunità di riscatto, verso quella brusca e poco digerita decisione del Drake, di allontanarli dalla sua azienda, alla quale avevano dato tanto.

I progettisti si misero subito a lavoro ad una nuova vettura da Formula 1, denominata Tipo 100, mossa da un propulsore V8 da 190 Cv, la quale venne presentata nel 1962. Nel mentre, venne avviata anche la progettazione di una vettura sportiva stradale, le cui linee accattivanti erano opera di Franco Scaglione. La  nuova 2500 GT, presentata in anteprima al Salone di Ginevra del 1963,  era mossa da un V8 da 2468 CC e 210 Cv montato in posizione centrale, capace di spingerla a circa 240 Km/h. Il telaio era tubolare e dotato di sospensioni indipendenti anteriori e posteriori. I freni erano a disco sulle quattro ruote, mentre la carrozzeria in acciaio veniva prodotta a Torino, dal Carrozziere Alemanno. Sebbene, come detto, dietro alle due vetture vi fossero grandi nomi dell’automobilismo, ciò che mancò fin da subito alla ATS furono i fondi, anche per via dell’abbandono del Conte Volpi, ritiratosi poco tempo dopo la formazione della nuova società. Anche Giotto Bizzarrini, lasciò la ATS, dopo breve, per lavorare alla nuova Grifo A3/C presso la Iso Rivolta.

Nonostante le numerose difficoltà, il debutto in Formula 1 della ATS Tipo 100, avvenne nel 1963, dove  riuscì a partecipare ad alcuni Gran Premi, debuttando in Belgio. Tuttavia, nonostante i validi piloti, anch’essi provenienti dalla Ferrari, quali Phill Hill e Giancarlo Beghetti, la squadra non riuscì a raccogliere vittorie, complici anche problemi di affidabilità della monoposto. L’avventura in F1 venne, quindi, abbandonata già dopo poche gare disputate, anche per via degli alti costi e delle poche risorse a disposizione. Venne fatto un ulteriore tentativo da  parte di Alf Francis e Vis Derringhton, che avevano rilevato la ATS Formula 1, al Gran Premio d’Italia del 1964, ma nonostante gli sforzi, la vettura, guidata dal pilota portoghese Mario Araujo de Cabral, non riuscì a completare la corsa, pertanto l’attività della squadra, terminò. Sempre in quell’anno, da segnalare la partecipazione, di due esemplari 2500 GT iscritti dalla Scuderia Centro-Sud, alla Targa Florio, con equipaggio Frescobaldi-Baghetti e Zeccoli-Gardi.

Se l’avventura sportiva della ATS non fu vittoriosa come sperato, non andò, purtroppo, meglio alla stradale 2500 GT, i cui alti costi di realizzazione, non permisero una produzione all’altezza delle aspettative. Inoltre, ad aggravare la situazione, vari problemi di messa a punto del motore, che frequentemente presentava perdite di olio. Inutili i tentativi di ravvivare l’interesse verso il modello, con il lancio della versione GTS, con carrozzeria alleggerita grazie all’adozione dell’alluminio, e dotata di un V8 potenziato a 240 Cv. La produzione delle 2500 GT/GTS durò appena un anno, e si attestò attorno ai 12 esemplari complessivi.

Nel 2012 la ATS è tornata in auge, grazie ad un nuovo proprietario, che ha introdotto nel tempo vari modelli e, tra questi, anche una nuova versione della 2500 GT, sviluppata assieme all’inglese McLaren, dalla quale mutua vari componenti. Capita anche in questo caso, che dopo anni di inattività, una casa si ritrovi a vivere una “seconda vita”, tuttavia, nonostante gli investimenti che stanno alla base di queste iniziative, ciò che si riporta in vita è sostanzialmente solo il nome, poiché vengono proposte vetture, come in questo caso, sviluppate congiuntamente con altri costruttori, sfruttando così le economie di scala, ormai quasi impossibili da evitare, aggiungendo infine, nomi importanti che rievocano alla gloria passata. Tuttavia, manca alla base l’unicità del modello, così come i progettisti di una volta, il cui approccio, ricco di passione e tecnica, rendeva quelle vetture uniche, lontane quindi dal profitto e dalle speculazioni di marketing, che hanno sempre più snaturato il mondo dell’auto e non solo. 

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