L’utilitaria…da corsa!

In passato avevamo parlato della poco fortunata Hillman Imp, vettura nata all’inizio degli anni ’60 per contrastare il successo della Mini prodotta dalla BMC. Il modello del Gruppo Rootes, purtroppo non riuscì ad eguagliare il successo della piccola auto ideata da Issigonis, risultando una perdita per l’azienda che finì per essere acquisita dalla Chrysler, che in quel periodo aveva iniziato una campagna di acquisti, la quale interessò anche la francese Simca. Tuttavia nel corso del tempo, il gruppo americano, non risolse i vari problemi che caratterizzavano soprattutto la parte inglese della sua divisione Europea e, oltre a ciò, i conti non andavano molto bene, tanto che a metà anni ’70, i vertici pensavano di chiudere lo stabilimento scozzese di Linwood, creato anni prima, proprio per la produzione della Imp. Ovviamente il governo inglese, che era già alle prese con la grave crisi dell’industria automobilistica britannica, con le vicende della British Leyland, non poteva permettere che venisse chiuso un altro stabilimento, pertanto si accordò con la Chrysler, che ricevette un finanziamento, seppur piuttosto contenuto, per la progettazione e la produzione di una nuova utilitaria da produrre nello stabilimento scozzese.

Partì così il progetto R424, che a causa delle poche risorse, doveva utilizzare quanti più componenti possibili con altre auto del gruppo al fine di abbattere i costi. Venne utilizzato il pianale della Hillman Avenger, anch’essa prodotta nel medesimo stabilimento, a cui venne accorciato il passo. Il modello nascente quindi, per certi aspetti era già datato e, lo si vedeva già dalla impostazione classica della meccanica, con motore anteriore longitudinale e trazione posteriore, soluzione che per altro, era poco consona per un’ utilitaria. Nonostante la presenza di pianali a trazione anteriore più moderni, in dotazione alla gamma Simca, la Chrysler decise di utilizzare il pianale della Avenger per mantenere il progetto tutto inglese, partendo da Ryton per la progettazione ingegneristica, passando da Whitley per il design ed infine, a Linwood, per l’assemblaggio. La vettura finale venne completata in tempi record e, dopo appena 19 mesi, l’azienda era già pronta al lancio del nuovo modello.

Al momento del debutto, nel 1977, la nuova Chrysler Sunbeam, che in alcuni mercati, come quello Italiano, utilizzava ancora il binomio Chrysler-Simca, si presentava con un design improntato alla semplicità, dalle linee squadrate e pulite, che prefiguravano lo stile della futura Horizon, nata qualche tempo dopo. Il nome Sunbeam era stato scelto per onorare il glorioso marchio, facente anch’esso parte del Gruppo Rootes, il quale era stato soppresso l’anno precedente. L’impostazione della carrozzeria era da berlina due volumi, proposta solamente a tre porte, e caratterizzata, nella parte posteriore, da un lunotto-portellone in vetro dalle dimensioni generose, che compensava la soglia di carico alta. All’interno lo schema meccanico portava via spazio agli occupanti, pertanto l’abitabilità era tutt’altro che da primato, e toglieva capienza anche al bagagliaio. Sempre in ottica di ridurre i costi la plancia della vettura era mutuata dalla Avenger, così come il cambio a quattro marce e l’impianto frenante con dischi all’anteriore e tamburi al posteriore. Le sospensioni erano indipendenti davanti e a ponte rigido al posteriore. I propulsori inizialmente erano due, un quattro cilindri di 928 CC da 45 Cv, evoluzione di quello in dotazione alla Imp  e,  un 1.295 da 70 Cv derivato dalla Avenger.

Nel 1978 a seguito della cessione da parte di Chrysler della divisione europea al gruppo francese PSA, vennero rimossi i marchi Chrysler e Simca dalla produzione e venne rispolverato il glorioso marchio Talbot a cui fu affidato il compito di rappresentare il futuro dei modelli, sia prodotti in Francia che di quelli prodotti in Inghilterra. Anche la Sunbeam venne rimarchiata, senza però ricevere modifiche estetiche di sorta, come invece avvenne ad altri modelli della nuova linea Talbot. L’anno seguente, la gamma venne arricchita dalla versione 1.6 Ti, equipaggiata con un 1.598 CC, da ben 100 Cv, che le conferivano un’indole sportiva, grazie anche all’adozione di uno spoiler inedito, cerchi in lega e altri accessori che la rendevano ben riconoscibile. Oltre a ciò la nuova Ti era contraddistinta da prestazioni brillanti, che abbinate alla trazione posteriore, la rendevano molto divertente da guidare. Sempre nello stesso anno arrivò anche la versione più estrema, la Sunbeam Lotus, equipaggiata con motore da 2.174 CC e 155 Cv della Lotus, abbinato ad un cambio a cinque velocità, che venne impiegata anche nei Rally, ottenendo nel 1981, la vittoria del Campionato del Mondo Costruttori, con  il pilota Henri Toivonen.

Sebbene i successi sportivi arricchissero la fama della vettura inglese, la PSA, in un ottica di riduzione dei costi, annunciò che proprio il 1981 sarebbe stato l’ultimo anno di produzione del modello. Nonostante la fine imminente della produzione la Sunbeam beneficiò di un restyling che interessò il frontale, caratterizzato ora da nuovi gruppi ottici di maggiori dimensioni e da una inedita mascherina con logo Talbot. Nonostante i soli quattro anni di produzione, il modello riscosse un discreto successo, totalizzando circa 200.000 unità. Inoltre, fu l’ultima vettura del glorioso ex Gruppo Rootes ad essere prodotta e progettata in Inghilterra. Con l’uscita di scena della Sunbeam, lo stabilimento di Linwood venne chiuso, e la sua eredità venne raccolta dalla nuova Samba, prodotta in Francia a Poissy.

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